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martedì 14 febbraio 2012

La pozzanghera

Metti caso che un giorno disteso a letto ti svegli per un rumore ed allunghi la mano verso una sveglia che non c'è. Richiudi gli occhi sperando di riaddormentarti, ma sei distratto da qualcosa; forse è la pioggia che fuori da quella stanza gioca a centrare il vetro delle finestre, o forse è solo un sogno che ti è rimasto impigliato fra i capelli. Forse davvero non è niente, ma non appena ti trovi sotto il getto d'acqua calda della doccia cerchi di afferrare quel frammento di pensiero che ti è venuto a cercare prima di perderlo. Speri di trovarlo da qualche parte, insinuato magari tra le pieghe delle tue lenzuola ... ma probabilmente si è nascosto troppo bene.
Metti caso che, finita la doccia, mentre prepari la colazione tu cada in una catarsi dovuta alle mantratiche fasi della preparazione di un buon caffè. Perdi il controllo di quei gesti che conosci così a fondo; il tuo stesso rito ti getta addosso un'improvvisa sensazione di disagio. Nel momento in cui accendendo il fuoco tutti quei piccoli granelli di polvere rimasti appesi all'esterno della moka iniziano a bruciarsi, qualcosa dentro di te si rompe ... e lentamente una goccia densa, nera ed oleosa inizia a colare dentro la tua testa.

Tutto rallenta.

Alzi la mano e guardi il dorso coperto di polvere nera; provi a leccarne una parte, ma il contenitore che hai nell'altra cade e spargendo il caffè a terra. Guardi i tuoi piedi scalzi fermi sul pavimento tra cocci e polvere marrone che sembra terriccio. Cerchi di comprimere il tuo corpo verso il basso per scaricare tutta la pressione sulle piante dei piedi ed assicurarti di essere ancora li, diritto in piedi sul tuo cazzo di pavimento. Ma in quell'istante in cui senti la pelle dura su cui sei appoggiato schiacciata a terra, soffocata dal peso della tua stessa carne inizi a sudare perchè la sensazione diventa sempre più opprimente, e di certo non vuoi chiederti quanto puoi resistere. Hai solo bisogno di scappare da lì, di respirare l'aria esterna e piuttosto di annegare nella pioggia che fuori scroscia ... ma quando cerchi di muovere il primo passo, il tessuto ruvido dei tuoi pantaloni appena stirati ti stringe la carne come una morsa. Sei bloccato tra le lamiere dei tuoi vestiti; le tue braccia, soffocate dalla camicia inamidata sono trascinate a terra da un orologio che cola come piombo fuso. Inizi a tremare e a strapparti di dosso quella colla e quel cemento che ti tengono ancorato alla cucina; completamente nudo, barcolli in affanno verso il soggiorno lasciando impronte dense che si trascinano assieme a te verso la porta di casa. L'impulso che provi è quello di fuggire, perché improvvisamente il mondo che ti circorda sembra essere diventato pesante, come accade in quei sogni fangosi dove tutto è molle e le gambe non ti portano da nessuna parte.

Scendi le scale veloce, inciampi ma non cadi acquistando invece sempre più velocità, mescolando alla corsa grida, allegria, follia. Metti caso che una volta in giardino, dove la terra ha formato le prime pozze d'acqua come una spugna già bomba, senza un valido motivo tu venga assalito dal desiderio di saltare dentro ad una pozzanghera. Ti fermi e cerchi intorno una pozza d'acqua dove gettarti, ed una volta trovata - splash! - a piè pari ci salti sopra e ridi, ridi come mai avresti pensato di poter ancora ridere. Ricominci ancora, con un'altra pozzanghera: splash! E il tuo gioco continua; quelle che ormai erano urla ora si sono trasformate in risate (sgraziate, ma pur sempre risate), tanto che mentre la pioggia ti lava arrivi a chiederti se non sei fatto d'acqua pure tu.
Ma metti caso che ad un tratto, saltando nell'ennesimo specchio di pioggia non ti trovi immerso in una buca per tutta la tua lunghezza. Lento e silenzioso, senza mai arrivare a toccare il fondo, alzeresti lo sguardo verso l'alto per vedere solo una luce ondeggiante allontanarsi sempre di più. Ma se anche un giorno raggiungessi davvero il punto più basso ... non ti chiederesti forse "Come potrò mai risalire?". Oh certo che te lo chiederesti! Sempre che tu abbia fiato per farlo.

sabato 5 novembre 2011

Dov'è la mamma di Bambi?

Il lungometraggio animato Bambi non ha certo bisogno di presentazioni. Prodotto dalla Disney nel 1942 è ormai uno dei classici di maggiore successo del colosso americano e tra i più amati dal pubblico. Forse più di molti altri film, Bambi rimane scolpito nella memoria degli spettatori, grandi o piccoli che essi siano, per il forte impatto emozionale: la struggente scena in cui la madre del cerbiatto muore ha trascinato intere generazioni negli abissi del pianto … forse ancora più del Titanic.

La famosa scena
La sequenza è davvero toccante: Bambi e la madre fuggono disperatamente nel bosco innevato, cercando riparo dai cacciatori. Circondati solo dal freddo in una notte d'inverno, intravediamo il lampo di uno sparo che ci fa trasalire: il giovane cerbiatto continua solitario la sua corsa. Alle sue spalle, lunghe note di un triste violino sottolineano lo scoraggiamento del suo cuore, fino all'incontro con il padre che con poche, drammatiche parole annuncia la triste notizia al figlio. "La tua mamma non tornerà mai più". La mamma di Bambi è morta: gli uomini l'hanno uccisa.

Questa è la storia la Disney ha creato per noi, ma quello che ha voluto raccontarci per oltre settanta anni forse oggi non ci convince più così a fondo. Eppure basterebbe dare uno scossone a quel grande vaso di Pandora tenuto nascosto per scoprire che la realtà dei fatti è diversa. Se oggi vi dicessi che la mamma di Bambi non è morta, come reagireste? Se sapeste che avete versato decenni di lacrime per nulla, cosa fareste? Andreste forse a postare la vostra indignazione su Facebook? No, questo non sarebbe abbastanza. Soprattutto dopo aver letto questo.

Bryan MacMurray e
famiglia nel 1938
Il sito americano Comedy Central ha pubblicato il 9 ottobre 2011 un'intervista rilasciata da Bryan MacMurray, addetto esecutivo alla post-produzione di Bambi, rivelando alcuni retroscena del film che la Disney ha sempre cercato di smentire. L'authority difatti non ha perso tempo, richiamando immediatamente all'ordine il sito Comedy Central e provvedendo ad oscurare l'intervista, la quale ora è accessibile solamente attraverso alcuni domini .ru.
Ma per chi ha avuto la fortuna di leggerlo, l'articolo è sembrato più una confessione che un ordinario botta e risposta sulla produzione del film. Racconta MacMurray sull'intenso lavoro agli Studios in quei giorni:
"C'era una strana atmosfera durante le riprese. I soldi non mancavano di certo, sapevamo di avere tra le mani un grosso progetto come Bambi, eppure c'era nervosismo, tensione tra tutto lo staff ... dopotutto il mondo era in guerra no? Ricordo in particolare Darleen (questo il nome dell'attrice che interpretò il ruolo di mamma di Bambi, n.d.r.) molto tesa in quei giorni, soprattutto perché il secondo marito l'aveva mollata da poco lasciandola senza un soldo. Ma era amica di Walt e sapevamo che lui avrebbe fatto di tutto pur di aiutarla. Certo, c'erano altre attrici perfette per quel ruolo, ma Darleen ci sapeva fare con quei suoi occhioni dolci!  E così è entrata a far parte del cast. Solo Dio sa come ha fatto quella fine".
Ed è qui che la Disney ha dimenticato di raccontare come sono andate davvero le cose. Oppure non l'ha fatto di proposito. Prosegue Bryan:

Darleen in una scena del film
"Quando abbiamo iniziato le riprese nel maggio del '41, sapevamo tutti che Darleen aveva avuto problemi con l'ex marito, ed ora prendeva queste pillole - lei le chiamava ''le sue caramelle'' - ma bastava guardarla per capire che aveva bisogno di aiuto. Ok, poteva sbatterti i suoi occhioni in faccia e tu saresti andato anche fino ad Austin per comprarle i suoi maledetti antidepressivi se solo lei te l'avesse chiesto. Ma se per caso le davi una risposta che non le andava giù, oh se capivi! Iniziava a piangere - logico, sindrome da abbandono dicevano - ti insultava, rompeva qualcosa sul set e si chiudeva in camerino. Così noi buttavamo via una giornata, e non giravi più nulla. Era fatta così, ma noi le volevamo bene lo stesso; forse troppo, o forse troppo poco  .... perché potevamo fare qualcosa prima, avremmo potuto evitare che accadesse l'incidente quella sera. [...] 
Bryan MacMurray fa una pausa. Ha gli occhi lucidi nel ricordare l'accaduto:
E' successo di venerdì, alla fine di una settimana da incubo, una di quelle in cui odi dover andare a lavoro. Darleen fece una scenata che non vi dico, e come al solito si era chiusa in camerino; voleva solo piangere diceva. Noi non ne potevamo più dei suoi continui cambi di umore, e visto che ormai erano le dodici decidemmo di andare a pranzo e riprendere a girare nel pomeriggio, quando magari Darleen si fosse data una calmata. Ma nel pomeriggio non era ancora uscita, così decidemmo di sistemare il girato di qualche giorno prima e rivedere alcune scenografie. Anche le truccatrici, che di solito erano le prime ad occuparsi di lei, erano impegnate con la scena di Tippete. Sta di fatto che nessuno si interessò a Darleen fino alla sera, quando era ora di chiudere gli Studios. Carl bussò per primo alla porta, ma non sentì risposta; bussò una seconda volta, poi una terza. Uno alla volta iniziammo a chiamarla e senza accorgerci stavamo tutti urlando, finché qualcuno butto giù la porta.
Ho un ricordo strano di quelle ore, è come guardare delle fotografie, sono scene immobili: Darleen stesa ai piedi del letto; il sangue che le colava dalla testa, la moquette completamente zuppa, la bava bianca alla bocca, la corsa in ospedale, l'attesa nei corridoi, la gente che fuma, le telefonate della produzione. Poi arrivò il medico: "Darleen ha subito un forte trauma cranico in seguito ad una caduta, probabilmente causata da un abuso di farmaci antidepressivi. Ora si è stabilizzata, è fuori pericolo. Ma quello che ci preoccupa sono le conseguenze dell'emorragia cerebrale ... non credo tornerà ad essere quella di prima".
Sconvolti, presto ci rendemmo conto che non avremmo potuto portare avanti il lavoro. Ma ormai in tutto il paese non si faceva che parlare di Bambi: l'America attendeva impaziente l'uscita del film, e Walt non voleva assolutamente deludere le aspettative. Ci fu una riunione straordinaria poche ore dopo il ricovero di Darleen: mentre il portavoce degli Studios rilasciava ai giornalisti una dichiarazione preparata ad hoc, la produzione si riuniva per decidere in fretta il da farsi. Per Darleen ormai era impossibile girare scene di corse felici sui prati plastificati di Hollywood, o drammatiche fughe tra le sagome di cartone dei cacciatori. Oltretutto era impensabile eliminare del tutto il suo personaggio: c'erano già parecchie ore di girato, e i costi aumentavano ogni giorno.
Uno degli autori lanciò un'idea: "Potremmo farla morire nel film". "Prosegua" disse Walt. "Immaginate: Bambi e la mamma corrono per scappare dai cacciatori - abbiamo già del materiale di Darleen che corre, basta un po' di montaggio - sottofondo con musica drammatica che sale di intensità e poi blam!, bagliore in lontananza, senti lo sparo, Bambi che scappa a più non posso. E poi capisce che lei è morta no? Sarà una scena memorabile".
 
Ricordo l'applauso. Interminabile.
[...] 
Secondo MacMurray fu così che andò veramente la storia.
Pensate: decenni di tristezza finalmente potrebbero essere riscattati perché la mamma di Bambi - o Darleen, come la volete chiamare - è da qualche parte, viva! Certo, ormai cosa potrà avere, 70 anni? Probabilmente è grassa, prende pillole per la pressione e ha i capillari delle gambe rotti. Ha perso tutto il pelo, e dove è rimasto è grigio; non ha più denti e magari ha anche un brutto carattere. Ha il broncio di chi ce l'ha con la vita, il volto deformato dal risentimento perché ad un certo punto il mondo le ha voltato le spalle e lei si è trasformata in un vecchia scorbutica. Forse dorme ancora in quella roulotte, cercando invano il ricordo di quell'attimo in cui la sua vita ha girato pagina. Ma quel ricordo non ce l'ha perchè era stordita, e non se lo perdona. Ora aspetta solo di morire.

Oppure.


Oppure MacMurray aveva solo bisogno di soldi, e ha tentato con qualche facile intervista di scucire qualche dollaro ai tabloid. Io spero che sia così, e lo spero per tutte quelle generazioni che hanno pianto la scomparsa della madre di Bambi. E' vero, è stata uccisa dai cacciatori, ma era bella, giovane, materna, eroica, senza paura ... tragica. E la sua immagine, simbolo di sacrificio e protezione, è un'icona da fiaba che vale tutti i vostri anni di pianti, tutti gli ettari di foreste per i vostri fazzoletti, tutta l'incredulità di questo mondo. Volete davvero continuare a tagliare chilometri di videocassette per non vedere più quella scena?

Non credo.
Meglio vivere una vita breve ma con un significato, per quanto tragico sia, piuttosto che trascinarci nel vuoto all'infinito.

martedì 18 ottobre 2011

Li abbiamo uccisi tutti

C'era una volta ... così cominciavano le storie che i nostri genitori erano soliti raccontarci da bambini. 

Vi ricordate? A quei tempi la sera, nonostante non avessimo un orologio al polso e ignorassimo beatamente la differenza tra ora legale e ora solare, capivamo perfettamente quando per noi era giunto il momento di andare a letto. Andavamo in bagno per lavarci i denti, indossavamo il pigiama con gli orsetti e poi via, ci infilavamo sotto le coperte. Ed ecco che i nostri genitori, seduti accanto al letto, prendevano un libro di favole ed iniziavano a leggere mentre noi, affascinati dal suono così ancestrale di quelle parole, ascoltavamo rapiti con lo sguardo fisso nel vuoto. Insomma, la catarsi ci fregava di continuo.

E forse quel sonno catartico non mi ha mai abbandonato; anzi un emisfero del mio cervello potrebbe addirittura essersi smarrito in quei sogni ad occhi aperti perché ancora oggi, ormai alla vigilia dell'anno Maya 2012, sento raccontare un mucchio di favole attorno a me.

Esatto, avete capito bene: le favole esistono ancora. Ma ora sono storie strane, diverse da quelle che udivamo da piccoli: non ci sono più eroi intelligenti e principesse da salvare, ma uomini che abitano palestre per divenire immortali e donne plastificate che ricordano non troppo alla lontana il suono tipico di un elettroencefalogramma piatto. E non esistono più i racconti di mondi lontani, perché di lontano non c'è più nulla ... non sono nemmeno favole da immaginare o da raccontare ad altri: sono storie che possono ascoltare solo gli adulti ormai, visto che i bambini non esistono più.

Li abbiamo uccisi tutti.

C'erano una volta i bambini allora, quando giocavano al parco un intero pomeriggio e dopo tutti sudati rientravano in casa con le scarpe sporche; c'erano una volta i bambini quando si nascondevano sotto il letto e fuori c'erano i mostri, anche se sapevi che non c'era niente. C'erano una volta i bambini quando a scuola ridevano tra i banchi e si passavano i bigliettini.
E poi c'erano i bambini alle feste di compleanno. I genitori portavano i figli alle 3 del pomeriggio ed alle 6 tornavano a riprenderseli pieni di patatine, fango e rutti alla coca cola. E poi via, saluta tutti, non fare storie, sali in macchina che si torna a casa.

Ma questo non succedeva sempre.

Non ricordo quando o di chi fosse la festa, ma era sicuramente autunno perché iniziava a fare buio presto; il festeggiato aveva finito di aprire i regali e noi eravamo intenti a mangiare la torta. Lentamente iniziarono ad arrivare i genitori: entravano sorridenti salutando tutti e si fermavano a scambiare qualche parola tra di loro. Uno alla volta poi guardavano l'orologio dicendo "com'è tardi", e partivano in macchina con i figli per tornare a casa. Tranne uno. Un bambino rimase lì a chiedersi "quando arriva il mio papà?".
Poi arrivò il mio di papà e mi caricò in macchina.
Non vidi più quel bambino.

Da quel momento in poi, uno ad uno iniziarono a scomparire. Prima alle feste di compleanno, poi alle partite di calcio, poi a scuola, all'oratorio, per strada: decine di bambini aspettavano per ore sulla strada, si sedevano preoccupati sulle panchine e piangevano. Ma nessuno andava più a prenderli: e loro semplicemente sparivano.
"E' a casa di un amico a giocare" si dicevano la sera a cena i genitori; "E' al piano di sopra a fare i compiti" raccontavano alle nonne preoccupate. Ma durante la notte, in quei momenti di sogno lucido che separano la veglia dal sonno, essi pensavo "Li abbiamo uccisi. Li abbiamo uccisi tutti".

E' così che è iniziata questa storia. I genitori hanno abbandonato i loro figli, e al posto delle favole che un tempo raccontavano loro se ne leggono da soli altre, giusto per credere ancora in qualcosa. Ma non avere più un bambino in casa significa dimenticare come ridere, come correre, come sporcarsi, come divertirsi, come essere liberi, come Essere.

"Li abbiamo uccisi tutti", ripetiamo continuamente. Abbiamo ucciso i bambini lasciandoli fuori di casa, siamo entrati nelle loro camerette e abbiamo strappato i disegni appesi ai muri, pestato a morte i loro peluche e bruciato i loro pastelli. Non abbiamo più comprato caramelle per nessuno, anzi abbiamo iniziato a servire in tavola per gli ospiti ciotole piene di confetti succhiati fino a fargli perdere il colore. Ora sono completamente zuppi, bianchi e vuoti .... nessuno li toccherà mai più.
Il genocidio dei confetti.

Eppure i loro colori si nasconderanno da qualche parte! Su fondo degli stagni di noi stessi si dovranno raccogliere il rosso, il giallo, il blu! Assieme alla semplicità dei pastelli e alla fantasia illimitata, i corpi dei nostri bambini si troveranno pure da qualche parte!
Forse in questo momento i bambini scomparsi si stanno sporcando la faccia e i vestiti durante le loro feste di compleanno senza fine. Oppure sono intenti a giocare con le loro costruzioni, le loro macchinine, le loro bambole ... tanto chi porrà mai fine alla loro festa? Nessun genitore si presenterà alla porta finita la torta!

Cos'è questo blog dite? E' la mia cesta di giocattoli, e voglio mostrarveli uno ad uno, come un bambino entusiasta. E se volete vi aspetto qui a casa mia, così giochiamo … in attesa che qualcuno ci venga a prendere.